Il messaggio comune: non esistono pratiche intensive “a impatto zero”; ogni incremento produttivo ha un prezzo
Il
primo studio (Liu W, Zhou W, Fu C, Yu J, Hou G, et al. 2025.
Heavy metals and antibiotic resistance genes in large-scale livestock farming environments: pollution characteristics, driving factors, and risks to humans. Biocontaminant 1: e006 doi: 10.48130/biocontam-0025-0007) collega talune pratiche intensive alla selezione genetica di
ceppi batterici sempre più resistenti agli antibiotici: fenomeno estremamente allarmante per la salute umana ed ecosistemica, con circa settecentomila decessi all’anno attribuiti alla ridotta efficacia degli antibiotici.
Fra le cause principali, l’articolo denuncia il massiccio impiego di antibiotici e metalli pesanti negli allevamenti intensivi, sia per ridurre i rischi di malattie sia per garantire che gli animali conseguano gli incrementi ponderali desiderati.
Nei cicli produttivi oggetto di studio, soltanto il trenta per cento delle molecole è davvero assimilato dagli animali: il resto finisce nelle deiezioni, poi sparse come concime nei campi, nei quali favorisce la proliferazione di batteri resistenti. Ciò compromette funzioni ecologiche fondamentali e aumenta i rischi per la salute umana.
Lo spargimento di letame come concime, infatti, incrementa la presenza nel suolo sia di metalli pesanti sia di batteri che hanno sviluppato geni resistenti agli antibiotici (ARGs). Il conseguente rischio di esposizione delle nuove colture a tali contaminanti impone di gestire nel modo più adeguato il letame.