Torna al blog

Politiche per la sostenibilità e la cooperazione internazionale – Punto della situazione

Introduzione

La governance internazionale sul clima è in fase di riassestamento, spinta dalla necessità di tradurre impegni già sottoscritti in meccanismi capaci di produrre risultati operativi. L’ultimo tassello resta la COP30 di Belém, conclusa nel novembre 2025 con un pacchetto di ventinove decisioni che, nonostante le richieste avanzate da oltre ottanta Paesi, non è riuscito a includere un impegno esplicito sull’abbandono dei combustibili fossili. In parte, proprio da questa mancata presa di posizione sono nate diverse iniziative complementari, finalizzate non tanto a sostituire le COP, ma a costruire una base solida per la cooperazione, la responsabilità giuridica e l’impegno finanziario necessari a colmare il divario tra gli obiettivi dichiarati e la capacità reale dei governi di attuarli. Quattro incontri recenti aiutano a capire come si stia provando a riempire questo spazio.

Santa Marta: una coalizione operativa sull’abbandono dei combustibili fossili

Santa Marta: una coalizione operativa sull’abbandono dei combustibili fossili

Dal 24 al 29 aprile 2026 si è tenuta a Santa Marta, in Colombia, la First International Conference on Transitioning Away from Fossil Fuels, un vertice nato a margine della COP30 su iniziativa di Colombia e Paesi Bassi. Tale Conferenza non intende sostituirsi alla Convenzione-quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Si tratta, invece, della prima conferenza incentrata sull’attuazione, concepita per sostenere le azioni concrete di coloro che sono già pronti ad andare avanti; mira a promuovere una comprensione condivisa e a fornire orientamenti concreti; infine, intende produrre un rapporto che identifichi percorsi abilitanti per l’attuazione di una transizione giusta, ordinata ed equa dall’uso dei combustibili fossili. L’auspicio è contribuire fattivamente alla tabella di marcia preparata dalla Presidenza della COP30. Tali percorsi saranno organizzati attorno a tre pilastri tematici che definiscono l’ambito della Conferenza: riconversione delle economie dipendenti dai combustibili fossili; trasformazione di domanda e offerta energetica; rafforzamento della cooperazione internazionale necessaria a colmare i vuoti di governance sul phase-out. Sul piano normativo, infatti, bisogna affrontare alcune criticità: per esempio, taluni accordi internazionali sugli investimenti permettono alle imprese di citare in giudizio i governi quando una politica di chiusura degli impianti fossili riduce il valore dei loro asset. Il processo è stato organizzato in più fasi — contributi scritti, dialoghi tematici online, dialoghi autogestiti tra i diversi gruppi di attori — confluite nelle sessioni ministeriali del 28 e 29 aprile.

Al vertice hanno preso parte 57 Paesi più l’Unione europea. Il risultato non è stato un accordo vincolante ma un piano d’azione condiviso. Tra i temi delle conclusioni figurano la riforma della finanza per la transizione, la trasparenza sui sussidi fossili e il raccordo tra i risultati di Santa Marta e il prossimo Global Stocktake dell’Accordo di Parigi, lo strumento con cui la comunità internazionale verifica periodicamente i progressi verso gli obiettivi climatici concordati. La Conferenza promossa da Colombia e Paesi Bassi segna un momento storico: è il primo vertice globale finalizzato a costituire una coalizione internazionale per accelerare una transizione energetica equa e in linea con l’Accordo di Parigi.

Si tratta di un passaggio complesso, che non riguarda solo il settore energetico, ma coinvolge in modo trasversale anche sistemi produttivi, filiere e modelli di consumo. L’abbandono dei combustibili fossili, infatti, non è un passaggio immediato né lineare. Di conseguenza, la transizione non è solo sostituzione di fonti energetiche ma un ripensamento complessivo delle filiere.

La risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU: obblighi climatici tra luci e ombre

Mercoledì 20 maggio 2026, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione (A/80/L.65) che riconosce, di fatto, gli obblighi climatici in capo ai governi di tutto il mondo. Il testo discende da un processo avviato nel 2024, quando lo stato di Vanuatu aveva chiesto all’Assemblea generale di rivolgersi alla Corte internazionale di giustizia per chiedere un parere consultivo sulla responsabilità da parte dei governi di rispettare gli impegni climatici assunti. Il parere, pubblicato nell’estate del 2025, ha stabilito che il mancato rispetto degli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale costituisce un atto internazionalmente illecito, dal quale può discendere, almeno in teoria, un obbligo di riparazione per i danni causati.

Il testo approvato dall’Assemblea, tuttavia, è il risultato di un compromesso al ribasso rispetto al progetto iniziale: 141 voti favorevoli, 28 astensioni e 8 contrari, tra cui Stati Uniti, Russia, Israele, Iran e Arabia Saudita. Alcuni punti inizialmente presenti nella proposta sono stati cancellati dal testo finale, come l’istituzione di un registro internazionale dei danni climatici, che avrebbe potuto avere valore probatorio in sede giudiziaria. Anche la relazione sul rapporto fra diritti umani e azione per difendere il clima risulterà meno incisiva. Il Segretario generale dell’ONU, António Guterres, è stato incaricato di presentare proposte per favorire il rispetto degli impegni assunti, lasciando aperta la porta a una sua futura riproposizione, considerando che il valore di questa risoluzione è diplomatico prima che tecnico-giuridico. Resta inoltre, come ricorda lo stesso testo, il nodo di una sessantina di Paesi che non hanno ancora presentato le proprie Nationally Determined Contributions previste dall’Accordo di Parigi.

Ginevra: allineare politiche e finanza per i sistemi alimentari

Il 23 e 24 aprile 2026, Paesi e partner dell’Europa e dell’Asia centrale si sono riuniti a Ginevra per il quarto incontro regionale sulla trasformazione dei sistemi alimentari con l’obiettivo di attuare percorsi nazionali e allineare politiche e finanza in un settore in rapida evoluzione, a meno di cinque anni dalla scadenza degli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Dal confronto è emerso un quadro regionale complesso: nonostante livelli di reddito relativamente elevati in molti Paesi, oltre cento milioni di persone soffrono d’insicurezza alimentare moderata o grave, in un contesto segnato da volatilità dei prezzi, incertezza commerciale e dissesti climatici come siccità, stress idrico, degrado del suolo e perdita di biodiversità. I partecipanti hanno sollecitato maggior coerenza tra politiche alimentari, climatiche, sanitarie, commerciali e di protezione sociale, oltre a ribadire l’importanza di trovare un piano per accelerare gli investimenti in agricoltura resiliente e a basso impatto nutrizionale, compresi gli aspetti di gestione delle risorse e del valore sociale correlato.

Il FAST Partnership: la finanza climatica entra nei piani agroalimentari

Il FAST Partnership: la finanza climatica entra nei piani agroalimentari

La sede centrale della FAO, a Roma, ha ospitato di recente la riunione annuale della Food and Agriculture for Sustainable Transformation (FAST) Partnership, che attualmente riunisce quarantadue membri e dodici osservatori tra governi, istituzioni finanziarie, organizzazioni internazionali e reti di agricoltori. L’evento si è concluso con un piano di lavoro 2026–2027 per canalizzare maggiori risorse verso i sistemi agroalimentari. Il punto di partenza è un’analisi della FAO secondo cui tali sistemi potrebbero contribuire a ridurre le emissioni globali fino a un terzo: nonostante ciò, la finanza climatica destinata al settore resta stagnante e la sua quota relativa rispetto ad altri comparti è in calo.

Tre sono i filoni di lavoro individuati per il 2026: una proposta multi-Paese per l’accesso congiunto alla finanza climatica, fondata su una teoria del cambiamento condivisa; una narrativa comune capace di rendere visibile il ruolo ancora sottofinanziato dei sistemi agroalimentari nell’azione per il clima; attività mirate di rafforzamento delle capacità, costruite attorno a un approccio centrato sugli agricoltori.

Conclusioni

I quattro incontri qui menzionati presentano diversi punti di contatto: Santa Marta costruisce una coalizione operativa sul fronte più politicamente sensibile, quello dei combustibili fossili; la risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU rafforza, pur con i suoi limiti, il fondamento giuridico della responsabilità climatica degli Stati; il tavolo di Ginevra e il FAST Partnership traducono gli stessi obiettivi climatici in priorità d’investimento e coerenza politica per uno dei settori più esposti, quello agroalimentare. Nessuno dei documenti finali si è tradotto in un accordo vincolante e il vuoto legislativo precedente è rimasto tale: tuttavia, è stata delineata una mappa più precisa dei nodi da sciogliere e degli strumenti utili al conseguimento degli obiettivi. In tal senso, il ruolo svolto dai quattro eventi resta fondamentale.

Condividi su

Potrebbe anche interessarti

Pronto a trasformare la tua azienda?

Scopri come possiamo fare la differenza. Contattaci oggi stesso per una consulenza personalizzata.

Contattaci subito